Commentario al Bodhisattvacharyavatara cap. VIII° breve sintesi (parte 2)

Continuiamo con il commentario di H.E Tsenshap Serkong Rinpoche II all’VIII° capitolo del Bodhisattvacharyavatara.

…Anche se diciamo che, fra  questi tre veleni, l’attaccamento è il  più urgente di cui occuparsi, tuttavia, sia l’avversione che l’attaccamento hanno come base la mente dell’ignoranza; e però è  molto difficile rendersene conto. 

Ma perché  non riusciamo  realmente a identificare questa mente di ignoranza? Il fatto è  che prima ancora di scavare  e trovare questa ignoranza, si deve  volerla veramente eliminare.  La prima cosa che dobbiamo fare è accettare i problemi derivanti dall’attaccamento.
Ed è davvero difficile fare ciò. Non so voi, ma per me è davvero difficile vedere quando sono al livello del pieno attaccamento.
Inoltre, quando questo attaccamento cresce in modo molto forte, è difficile accettare che si tratti di attaccamento e di problemi derivanti da esso, perché si sente che è legato  a un qualche tipo di piacere. Ecco perché si chiama attaccamento: siamo attaccati a qualcosa che ci piace.
Non ho mai sentito da qualcuno, coinvolto in una relazione, dire, con una bella rosa rossa in mano, nell’atto di donarla all’amata/o: “Ho un forte attaccamento nei tuoi confronti!” invece che dire: “ti amo”. Penso che, nel primo caso, un  appuntamento del genere non andrebbe bene, anzi sono sicuro che  non andrebbe bene.  ( Rinpoche ride…)

In realtà non vogliamo che questo forte attaccamento emerga, e perciò diciamo: “Ho cura di te”. 
Invece, qui Shantideva sta mettendo in luce il fatto che noi non sappiamo veramente a che cosa siamo attaccati. E questo è il problema più grande. Si ha la sensazione che quella  persona sia così attraente, così bella e così via.  Shantideva dice: la persona che medita  non è come, ad esempio, un principiante che una volta che è in ritiro si isola dal mondo, non c’è  un pulsante di accensione per disconnettersi  dal mondo.
Inoltre,  più si è in uno stato  meditativo, più tutta la spazzatura verrà a galla in modo molto  forte. Un mio amico, una volta, ha detto: “Se non riesci a ricordare ciò che dovresti ricordare, se fai le tue pratiche  tutto ti verrà in mente”. Questo è il potere di quando vi sedete e vi rilassate: tutte le cose vi verranno in mente naturalmente.
Quindi, quando si ha  il pieno controllo, la capacità di vedere a che cosa si è veramente attaccati, potremo  dire: “Questo disturba, è di ostacolo  alla mia meditazione”. E riconoscere che  è una distrazione.
Di solito diciamo: “Oh, distrazione, distrazione”, ma a noi piacciono le distrazioni. Una volta  un maestro disse al suo studente: “Quando stai meditando su Avalokiteshvara, e mentre mediti, inizi a pensare a Tara, anche questa è una distrazione”.
Questo è l’insegnamento. 

Perciò è necessario non solo rendersi conto che  questa è una distrazione, ma bisogna sentire con forza ciò che una parte della nostra mente ci sta dicendo: “Questa è una distrazione”. E poi, naturalmente, quando guardiamo il nostro attaccamento, sentire che questo è davvero un attaccamento, che  ci sta davvero trascinando nel samsara, nella sofferenza. Allora saremo già forti. Saremo  già forti.

Di solito non lo facciamo, abbiamo le nostre pratiche,  facciamo un ritiro, ma  non affrontiamo nessun tipo di emozione negativa, e tuttavia si vuole fare tutto in modo perfetto. Allora c’è un problema, e per quanto si possa ottenere una realizzazione, si è costruito qualcosa sulla base  dei tre veleni. Quindi c’è  un problema.

C’è una parola tibetana chiamata “grub thob” (གྲུབ་ཐོབ་), in sanscrito, Siddha, MahaSiddha (La parola Siddhi è realizzazione).
Se qualcuno  possiede chiaroveggenza, sente molto  forte l’energia degli altri,  può parlare di vite future, può vedere al di là di qualcosa,  la gente lo considera  un  MahaSiddha.
 Ma in che modo, negli insegnamenti del Buddha, e in paricolare negli insegnamenti del Buddha Maitreya, contenuti nell’Abhisamayalankara, si riconosce un MahaSiddha?  
Lì è detto  molto chiaramente che la persona la cui realizzazione della vacuità diventa più forte mentre  le sue afflizioni si riducono, essendo questo il segno della realizzazione, questa persona  è chiamata Siddha. 
Perciò dobbiamo tenerlo a mente.

Perché facciamo dei ritiri? Per questo, in effetti.  Non perchè abbiamo  un impegno con il nostro insegnante e dobbiamo portarlo a termine.  A volte pensiamo: “Se non lo faccio, non sto  mantenendo il samaya con il mio  insegnante, il mio   Guru. E inoltre andrò all’inferno”.

 Non è questo il modo in cui dovremmo svolgere le nostre pratiche, ma la maggior parte delle persone pensa così.  E allora perché dovresti tener fede alle pratiche? Ecco perché a volte la parola, “impegno” è troppo forte.  Il samaya in tibetano si chiama “dam tshig” (དམ་ཚིག་). È come se mantenendo ogni giorno  questo tipo di impegno, o questo voto, o questo samaya, ci si sentisse più vicini al proprio Guru.

Ricordiamo che queste trascrizioni sono fatte da studenti e non sono revisionate dal Maestro

Commentario al Bodhisattvacharyavatara cap. VIII° breve sintesi (parte 2)

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