H.E Tsenshap Serkong Rinpoche II ha continuato il commentari alla strofa 54 dell’ottavo capitolo del Bodhisattvacharyavatara .
…Poiché ciò di cui ho parlato (l’attaccamento, e in particolar modo verso le donne) potrebbe essere uno dei principali ostacoli per i monaci e, naturalmente, anche per noi laici, lo descrivo facendo un esempio: è un po’ come quando ci si trova in una situazione di emergenza, quando si ha un dolore così intenso che dobbiamo prendere subito un antidolorifico; a quel punto il dolore non lo sentiamo più, perciò intervenire in questo modo è qualcosa di necessario. Allo stesso modo usiamo queste tecniche.
Inoltre, i Bodhisattva solitamente non meditano sul vedere la bruttezza del corpo, o cose di questo tipo, per fermare l’attaccamento, ma, di tanto in tanto, ne hanno bisogno. Dove troviamo questo suggerimento? Negli insegnamenti di Śāntideva, “Sulla Via Del Bodhisattva.”
Di solito, non viene fortemente raccomandato di meditare sulla bruttezza per una ragione molto semplice: perchè sviluppare un enorme rispetto per gli altri rende difficile il sorgere dell’ attaccamento. Allo stesso modo, avere una grande compassione rende difficile sviluppare un forte attaccamento. Di solito, il desiderio, l’attaccamento verso l’oggetto, verso l’altra persona sono molto forti [siamo così controllati da 0queste emozioni negative]. Ma i Bodhisattva, avendo un enorme rispetto per gli altri esseri, tendono davvero a riflettere con molta attenzione.
A volte, può accadere che qualche Bodhisattva tenda, diciamo così, a perdere un po’ l’equilibrio, e, allora, secondo gli insegnamenti dei Bodhisattva, serve un supporto d’emergenza. Ma, mettendo da parte i Bodhisattva e gli Arhat, ad essere onesti, nella vita di tutti i giorni, quando parliamo normalmente dicendo ‘ti amo così tanto’, nel profondo di noi si tratta per il 99% di attaccamento. Come, ad esempio, succede al giorno d’oggi per i prodotti come il miele. Quanto miele vero c’è dentro? Forse una goccia. Il resto è mischiato con qualcos’altro e poi viene aggiunto un po’ di miele puro. Allo stesso modo, quando diciamo di amare qualcuno così tanto, l’amore è in parte mescolato con un forte attaccamento.
Facciamo attenzione a come ci esprimiamo, perché, anche quando nel profondo proviamo attaccamento, non diciamo mai: “Ho un forte attaccamento per te”. Suona male. Infatti, è qualcosa che riguarda noi stessi, non l’altra persona.
Invece, dicendo ‘ti amo’, vogliamo che suoni come un vero rispetto per l’altro.
Così, un Bodhisattva che ha un grande rispetto per tutti gli esseri senzienti, trova molto difficile sviluppare un forte attaccamento come quello che proviamo noi. Questo è il mio modo di pensare.
Ricordate le citazioni di Geshe Chekawa e di Geshe Langri Tangpa a proposito dell’addestramento della mente: “Io ho preso gli altri come una sorta di miei guru per via della loro gentilezza, e io sono qui per servirli”
Questo è il punto: mettere qualcun altro prima di sé, non se stessi prima degli altri. Se mettiamo noi stessi al primo posto, allora c’è il 99% di attaccamento. Se mettiamo gli altri al numero uno, allora le cose cambiano. Una persona è “miele” al 99%, un’altra è falsa.
Perciò, penso che per un Bodhisattva affrontare l’attaccamento sia un po’ più facile rispetto alle scuole inferiori. Tuttavia, anche su questo bisognerebbe fare un po’ di ricerca.
Tutto ciò è anche logico. A volte, quando una persona desidera davvero diventare un Bodhisattva — è sul cammino per diventare Bodhisattva, ma non lo è ancora — per affrontare l’attaccamento è necessario pensare in questo modo, così come viene insegnato qui…
Ricordiamo che queste trascrizioni sono fatte da studenti e non sono revisionate dal Maestro
