H.E Tsenshap Serkong Rinpoche II è tornato ad insegnare l’ottavo capitolo del Bodhisattvacharyavatara leggendo la strofa numero 54
Benvenuti a questa lezione che normalmente considero come il mio modo di studiare i testi di Śāntideva. E cioè, se voi non veniste, io non potrei studiare. Quindi, quando ci incontriamo riesco a studiare molto bene. Perciò, grazie mille per questa opportunità.
Siamo arrivati nella sezione relativa alla meditazione. Il Buddhismo – e anche l’Induismo – sono molto famosi: molte persone considerano queste due religioni come tra le principali tradizioni per apprendere la meditazione.
Nel Buddhismo, se vogliamo approfondire l’argomento, i principali insegnamenti sulla meditazione si trovano nei testi di uno dei grandi eruditi, Kamalaśīla; inoltre, abbiamo anche i testi di Asaṅga. Tuttavia credo che nei testi di Śāntideva, in particola modo nel Bodhicharyāvatāra, nella sezione che riguarda la meditazione, ci siano gli insegnamenti più affidabili e profondi sulla meditazione.
Normalmente sentiamo parlare di meditazione in un certo modo, ma è importante far riferimento al modo in cui questi Grandi Esseri descrivono la meditazione stessa, per capire se abbiamo o no le informazioni corrette. Questo è fondamentale.
Ora, si dà il caso che molti di noi — anche chi studia la meditazione e questi splendidi testi — più tardi cercano un cammino di meditazione diverso. Questo è qualcosa che ho sempre trovato molto strano.
Perché dobbiamo dire che questo non è il modo di meditare, o meglio forse ciò che normalmente facciamo per calmare la mente ha qualcosa a che fare con la meditazione, ma non la completa .
Per calmare la mente, di solito, non abbiamo bisogno dell’aiuto di Śāntideva o di Kamalaśīla: possiamo trovare tantissime risorse su questo argomento.
Per domare la mente, come ha descritto il Buddha — non bisogna soltanto avere presenza mentale, o consapevolezza, o osservare i propri pensieri, poi non avere distrazioni e portare la mente in uno stato di calma. Penso che questo punto non sia molto enfatizzato nel Buddhismo di oggi.
Quindi, se guardiamo gli insegnamenti del Buddha, prima di tutto ciò che dobbiamo fare è il nostro “compito a casa”, prima di andare dal Buddha o da un lama per ricevere insegnamenti.
Dobbiamo arrivare a un certo livello della nostra comprensione, nella ricerca del Dharma; vale a dire, quello di cui abbiamo bisogno è avere una corretta comprensione dei diversi livelli della sofferenza.
Non basta avere semplicemente una vita un po’ scomoda e percepire una lieve sofferenza che descriviamo come qualcosa di enorme in questa vita, per poi scappare da quel disagio e cercare gli insegnamenti del Buddha: questa non è la descrizione di sofferenza. A volte, ci si perde in questo mondo buddhista.
Molte, molte persone che ho incontrato, quando spiego il Buddhismo, poi vengono da me con domande diverse — non completamente diverse, ma del tipo: “Va bene, il samsara, la Via del Buddha… io ho questo problema, insegnami qualcosa su questo.”
Tuttavia, il vero scopo della nostra comprensione della sofferenza consiste nel capire la sofferenza pervasiva.
Quando sentiamo di essere preda di questa ignoranza, di questo fraintendimento, (o come lo vogliamo chiamare, concezione errata?) a quel punto è necessario far riferimento al punto in cui il Buddha pone davvero l’enfasi sulle Quattro Nobili Verità. La prima: conosci la sofferenza. È come se mettesse una pietra miliare lì: “Fermati qui. Ora vieni a realizzare questo!”
La bellezza di tutto ciò è che, se arrivi a sentire: “Be’, per quanto io mi lamenti, sto solo lamentandomi in un mondo pieno di problemi”, allora dovresti provare davvero ad accettare la sofferenza. Ed ecco: in quel momento diventi quasi molto potente…
Ricordiamo che queste trascrizioni sono fatte da studenti e non sono revisionate dal Maestro
