Continuiamo a ripercorrere la sessione di domande e risposte tenuta da H.E Tsenshap Serkong Rinpoche II lo scorso 18 agosto.( video dell’incontro)
[…] Una volta, una persona venne da me e mi disse che proprio quel giorno aveva praticato la pazienza, perché qualcuno era stato molto irritante nei suoi confronti. Lui aveva controllato in modo attento la propria mente e, così facendo, era riuscito a sviluppare la pazienza saldamente e a mantenere la sua determinazione in modo molto forte.
Subito dopo, venne a trovarmi e mi offrì un fiore, dicendo: “È stato così difficile. Ma dopo aver colto il fiore e avertelo offerto, mi sono sentito molto felice”.
E così aggiunse: “Possa io portare avanti questa pratica ancora e ancora. Possa io non separarmi mai da questa particolare pratica in tutta la mia vita”.
Anch’io sono una persona che può arrabbiarsi molto. E allora ho pensato: “Wow, questa è una delle offerte più belle che si possano fare ai Buddha”.
Anch’io ho praticato qualcosa di simile. Ora, non voglio raccontarlo, perché l’ho già condiviso molte volte con chi è presente a questo insegnamento. Ormai, molte persone lo sanno.
Quindi, l’insegnamento che ricaviamo ora da quanto è stato detto è che quando proviamo rabbia, non possiamo controllarla in questo modo, perché siamo principianti.
Quando la rabbia si manifesta, è un po’ come quando emetti una flatulenza e l’odore, lentamente, lentamente, se ne va.
Ma alla fine devi arrivare a sentire: “Oh, questo tipo di comportamento, questo genere di cose, disturbano davvero, davvero, davvero la mia mente e danneggiano la mia salute. Quindi, per quanto possano verificarsi situazioni difficili in futuro, possa io non arrabbiarmi mai più”. Perciò, bisogna parlarne apertamente.
Nella pratica Kadampa si dice che, quando si prova questo tipo di emozione negativa, non bisogna tenerla per sé, ma condividerla con gli amici, con gli amici di Dharma, e poi parlarne con il proprio Guru.
Se, invece, rimanete in silenzio e la nascondete, la nasconderete sempre di più. E allora accumulerete una quantità enorme di queste emozioni negative. E poi diventerà come uno tsunami.
Ecco perché abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità del Sangha. È proprio per questo che prendiamo rifugio anche nel Sangha.
Queste sono semplicemente alcune delle mie riflessioni su come, in genere, penso che si possa ridurre la rabbia. Questo è ciò che volevo condividere con voi.
Bene, ora abbiamo molte domande. Esaminiamole insieme.
La domanda numero uno: “Quando recito la formula del Rifugio, nel momento in cui dico: “possa io raggiungere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri senzienti”, da un lato mi commuovo all’idea di poter essere di beneficio agli esseri, ma dall’altro mi chiedo: se un Buddha può beneficiare tutti gli esseri senzienti, mettendo l’enfasi proprio sulla parola “tutti”, come è possibile che ci sia ancora il Samsara? Sarebbe bastato Buddha Sakyamuni che ha raggiunto l’illuminazione proprio per il beneficio di tutti gli esseri senzienti. In poche parole è la parola “tutti” che mi crea disagio, perché, in realtà, un essere illuminato non può beneficiare tutti, altrimenti questo sarebbe già successo. Può Rinpoche aiutarmi a capire meglio questa formula?”
Ottima domanda. Questa è una domanda che si pongono molte persone, molti praticanti. Anch’io me la sono posta per molto tempo e, in realtà, me la pongo ancora.
Ma la vera risposta, in questo caso, è che, quando parliamo di tutti gli esseri senzienti, il primo essere senziente da cui dobbiamo cominciare siamo noi stessi.
Quindi, per prima cosa, si deve sviluppare una profonda certezza nel Dharma, la certezza che il Dharma possa davvero, davvero prevenire, ridurre o eliminare la causa di ogni sofferenza.
Una volta acquisita questa certezza, nasce una forma di rinuncia.
E quindi, una volta sviluppato ciò, automaticamente, quando vedrai una persona a cui vuoi bene o altre persone che si trovano in una situazione simile a quella che hai vissuto o che stai vivendo, sentirai qualcosa come: “Forse potrei praticare un po’. Forse potrei recitare anche solo Om Mani Padme Hum, oppure fare qualcosa di buono”.
Perciò, applicherai spontaneamente questa pratica anche agli altri. In questo modo, comincerai da te stesso e poi estenderai la pratica agli altri.
In secondo luogo, la cosa più importante è che, una volta acquisita una profonda certezza riguardo a questo antidoto, comincerai a sentire il desiderio di condividerlo: “Possa io offrire questo antidoto agli altri”.
Una volta che conoscerai molto bene questo antidoto, non ti aspetterai che sia il Buddha a intervenire, pensando: “Io non farò nulla, ci penserà il Buddha”.
Perché? Perché sarai sotto l’influenza, sotto il potere della grande compassione.
Quando sarai sotto l’influenza della grande compassione, non aspetterai che qualcun altro, nemmeno un Buddha, vada ad aiutare quell’essere senziente.
Sarai tu a farlo. Sarai proprio tu a desiderare di diventare una persona pronta ad accorrere in aiuto di quell’essere senziente. Sarai tu quella persona. […]
Ricordiamo che queste trascrizioni sono fatte da studenti e non sono revisionate dal Maestro
